Casi senza giustizia

Bergamo, febbraio 2011 | di Roberto Galipò e Rossana Di Vito

Nino e Ida Agostino e Attilio Manca

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Mercoledi 15 febbraio 2012 ore 11 e 20:”Eccoli, sono arrivati!!!”. Dopo 10 minuti si aprono le porte degli arrivi dell’aeroporto di Orio al Serio e nel giro di pochi secondi mi ritrovo a stringere la mano delle persone che per quattro giorni riempiranno di ricordi, di determinazione e di emozione la mia vita. Sto parlando di Vincenzo Agostino, Augusta Agostino, Flora Agostino, il piccolo grande Nino e Gianluca Manca.

La sera stessa, a Caravaggio (Bg), inizia il primo di tanti incontri ai quali devono partecipare queste due famiglie, serata che si rivelerà essere carica di presenze e ricca di nuovi spunti per farci riflettere. Il giorno 16 febbraio ha luogo, sempre a Caravaggio, presso il Liceo Galileo Galilei, il primo dei quattro incontri con le scuole (successivamente Liceo Mascheroni di Bergamo, Liceo Federici di Trescore Balneario e l’istituto tecnico di Albino). Cosi ha inizio la quattro giorni che segnerà indelebilmente la mia vita.

Durante questi giorni Augusta ha raccontato il lato tenero e generoso di suo figlio, ucciso insieme alla sua giovane moglie e tolto troppo presto dalle cure e dall’amore di sua madre che da 22 anni e 6 mesi chiede giustizia, chiede la verità sulla morte di suo figlio che, da vero poliziotto, prestava aiuto a persone meno abbienti e tentava di riportare sulla retta via persone che avevano avuto problemi con la legge o tossico dipendenti.

agostino_nino_e_idaAugusta ci racconta di aver chiesto giustizia a Dio per poter dare una risposta al proprio dolore. Ebbene, con tanta emozione, dice: “E sapete ragazzi, Dio mi ha ascoltato veramente e il mio nipotino Nino, che sarebbe dovuto nascere a Settembre, è nato con un mese d’anticipo proprio il giorno dell’anniversario di morte di mio figlio, il 5 Agosto. Così un giorno di morte è diventato un giorno di nascita”. Augusta, ad ogni incontro, chiede a gran voce giustizia, ma se non arriverà finché sarà ancora in vita, i suoi figli, sulla sua lapide, dovranno scrivere: “Qui giace Augusta, una madre di un agente di polizia in attesa di giustizia, anche oltre la morte”.

Vincenzo padre di Nino, invece, all’apparenza, per la sua mole, sembra un uomo duro e forte ma non è cosi. E’ un uomo tenero e dolce, pieno di dolore e  di rancore nei confronti delle istituzioni. E’ un uomo ferito che  chiede giustizia e che ha visto morire il figlio tra le sue braccia crivellato di colpi.

Vincenzo racconta che suo figlio è morto perché probabilmente sventò l’attentato nei confronti di Giovanni Falcone. Quella mattina Nino si trovava a pescare nei pressi dell’Addaura e vedendo un borsone sospetto abbandonato, andò a vedere di cosa si trattava. Quando aprì quella borsa trovò al suo interno 58 candelotti di dinamite e corse subito a chiamare i soccorsi. Da quel momento la vita dell’agente Agostino cambierà definitivamente, perché salvando la vita a Giovanni Falcone (cui erano destinati i candelotti) condannerà la sua. Il 5 agosto 1989 Vincenzo era in casa e ad un certo punto sentì Ida urlare chiaramente: “stanno ammazzando mio marito! stanno ammazzando mio marito!”. Vincenzo racconta di essere uscito di corsa dalla casa e di aver visto in diretta una cosa che nessun padre avrebbe mai voluto vedere: Nino correva disperatamente verso casa mentre i killer gli sparavano.Vincenzo vide ogni colpo ferire suo figlio finchè non gli si accasciò fra le braccia, esanime. Ida si girò verso i killer e urlò: “Io so chi siete”, e proprio per questo una pallottola la colpi al cuore. Ebbe la forza di trascinarsi fino a toccare il corpo di Nino, l’uomo che aveva sposato solo un mese prima, e spirò.

agostino_vincenza_augustoSono 22 anni e 6 mesi che Vincenzo si pone delle domande: “chi tradì mio figlio? Perché per la morte di un semplice poliziotto sono arrivati a Palermo il capo della polizia e il ministro dell’interno? Perché  dopo il ritrovamento di un biglietto all’interno del portafoglio di mio figlio sul quale c’era scritto, “se dovesse capitarmi qualcosa guardate nell’armadio di casa mia”, alcuni poliziotti andarono a casa sua e non si seppe mai quello che venne ritrovato? Perché io, invitato alla trasmissione di Santoro, Samarcanda, ho ricevuto pressioni dal signor La Barbera per sapere cosa avrei detto nel mio intervento e avendo rifiutato di rispondergli, nessuno mai mi fece intervenire in quella diretta? Perché alla famiglia Agostino non è stata data ancora alcuna risposta sull’omicidio del loro figlio e della loro nuora e del nipote mai nato? Perché senza aver effettuato alcun processo mio figlio venne dichiarato vittima di mafia? Cosa nasconde lo stato? Troppi misteri e ombre oscurano l’omicidio di Nino e Ida e per risolvere questo mistero, lo stato dovrebbe avere il coraggio di  processare se stesso.

Anche la storia dell’urologo Attilio Manca è ricca di lati oscuri. Il fratello Gianluca con voce carica d’emozione ci fa conoscere Attilio, un ragazzo che stava ponendo le basi del suo futuro, molto attaccato alla famiglia e al suo lavoro. Attilio venne ritrovato cadavere il 12 febbraio 2004 e il medico del 118 che intervenne trovò il giovane urologo riverso sul letto in una pozza di sangue ricoperto di ecchimosi, con il setto nasale deviato, con le mani ritratte come per aggrapparsi alla vita e con segni, presumibilmente di lacci, ai polsi e alle caviglie. L’esame autoptico rivelò invece che Attilio morì in seguito ad un overdose di eroina, alcool e diazepam e che si deviò il setto nasale cadendo privo di sensi sul telecomando (il quale, invece, da foto e testimoni venne ritrovato sotto l’avambraccio sinistro con i tasti impressi nella pelle). La sua casa venne perquisita e vennero ritrovate due siringhe debitamente riposte rispettivamente nella pattumiera della cucina e nel cestino del bagno, che il giovane urologo si iniettò (sempre da esame autoptico) nel braccio sinistro e poi gettò rimettendo il “copri ago” e il “copri stantuffo”. Gianluca Manca a questo punto solleva i primi dubbi riguardo al suicidio di suo fratello: “Com’è possibile che un mancino puro come Attilio possa essersi iniettato due siringhe nel braccio sinistro e di conseguenza usando il braccio destro? Come si spiegano i lividi sul suo corpo? E come può un telecomando ritrovato sotto un avambraccio deviare un setto nasale”.

attilio_mancaGianluca, come un fiume in piena continua la sua esposizione dei fatti e ci racconta un altro incredibile tassello che non riesce (come tutto il resto) ad incastrarsi nel puzzle: dopo un’attenta indagine nella casa di Attilio, venne ritrovata una sola impronta palmare appartenente ad Ugo Manca, cugino della vittima. Sentito dagli inquirenti,Ugo Manca riferisce di essersi recato a casa del cugino il 13 dicembre, per subire un’operazione di varicocele, quindi ben due mesi prima della sua morte. A questo punto, Gianluca, pone una domanda a tutti i presenti: “Come è possibile che un’impronta palmare, ritrovata sullo sciacquone del water, possa essere ancora presente a due mesi di distanza visto che il bagno è noto come luogo molto umido e in casa, misteriosamente, c’erano trenta gradi?”. Da perizie effettuate l’impronta non avrebbe mai potuto resistere per tutto quel tempo in quel luogo e con quella temperatura. Nonostante tutto, Ugo Manca, non venne mai riascoltato dagli inquirenti.

La famiglia Manca venne a conoscenza della morte di Attilio grazie allo zio, il padre di Ugo Manca, che si recò presso la loro abitazione. Gianluca vide lo zio arrivare e gli andò incontro. Gli raccontò l’accaduto e tenne a precisare che erano state trovate queste due siringhe di eroina. Come poteva saperlo se le due siringhe erano vuote ed il fatto era appena accaduto? Perché chiese a Gianluca di dire ai genitori che Attilio era morto in seguito ad un aneurisma cerebrale? Perché gli inquirenti di Viterbo (Dottor Petroselli in primis), vogliono chiudere questo caso come suicidio? Perché le prove raccolte, già più che sufficienti, non bastano per dichiarare che Attilio Manca è stato assassinato? Questi sono gli interrogativi che il determinato e indignato (come si definisce lui) Gianluca Manca insieme alla sua famiglia si pongono e pongono agli inquirenti da ben otto anni, senza mai avere risposte o ricevendone di inadeguate che rasentano il ridicolo.

Ma perché la famiglia Manca va oltre e ritiene che questo non sia solo un omicidio, ma bensì un delitto di mafia? Gianluca lo racconta in modo dettagliato: “Un pentito di nome Spatoia, finalmente, si decise a parlare e raccontò che un urologo siciliano aveva operato Bernardo Provenzano alla prostata a Marsiglia e dopo queste dichiarazioni anche lui morì suicida”. A quei tempi”, prosegue Gianluca “mio fratello era uno dei migliori urologi in grado di fare quell’operazione in laparoscopia, in quel periodo era a Marsiglia e soprattutto era siciliano. Non era un siciliano qualsiasi, ma di Barcellona Pozzo di Gotto, città che fornì il telecomando per la strage di Capaci, nonché crocevia della maggior parte di traffici mafiosi”. Con cadenza semestrale, la famiglia Manca, si ritrova costretta ad abbandonare la propria abitazione per alcuni giorni perché qualcuno deposita nel loro giardino gas tossici come intimidazione.Chi vuole che abbandonino la loro casa e il loro paese? Tutti questi indizi sembrano avvalorare la tesi dell’omicidio di mafia,ma per mano di chi?

Gianluca Manca sostiene che non possa essere stato Bernardo Provenzano in quanto al giovane urologo deve la propria vita in seguito all’operazione e quindi un’ennesima domanda gli sorge spontanea: “Come è possibile che un boss mafioso, latitante da quaranta anni e ricercato in tutto il mondo possa essersi spostato indisturbato fino ad arrivare a Marsiglia se non con l’appoggio di una rete di protezione molto influente? Allora se non è stato Bernardo Provenzano chi è stato?”. Cosa sapeva Attilio Manca che non avrebbe mai dovuto sapere?

Ho voluto raccontarvi la storia di queste due famiglie e del grande dolore che vivono giorno dopo giorno, con grande dignità e continuando a chiedere risposte ad uno stato sempre più assente e sordo.

Io le mie risposte le ho già trovate, lascio alle vostre coscienze una riflessione e una debita conclusione.

Roberto Galipò e Rossana Di Vito