Cecile Kyenge

Bergamo, 20 Gennaio 2014 | di don Adriano Peracchi

Cecile Kyenge

Mi piace iniziare questo pensiero richiamando per intero il nome di questa donna nostra concittadina.

Per evidenziare la centralità della persona umana, spesso sepolta sotto l’indifferenza diffusa, e per complimentarmi del coraggio con cui difende e promuove, nel ruolo che le compete,uno dei progetti che il prossimo futuro ci chiede con urgenza.

Non solo per il nostro paese, ma per tutta l’Europa.

“Sviluppare e sostenere una convivenza nella diversità di razze e di culture attraverso una cultura democratica” è oggi una delle sfide più cogenti di pari passo con la ricostruzione di un tessuto umano più solidale a livello economico. 

E quindi per esigenze di una igiene mentale, onde orientarsi in ciò che sta accadendo in Italia dove imperversa una campagna di stampo razzista nei suoi confronti , non si può far finta di niente,laddove, prendendo a pretesto dissensi politici più che legittimi o peggio ancora, le sofferenze reali delle persone, si semina rancore e si alimenta aggressività.“Vuol favorire la negritudine” è l’accusa.

Con sofferenza ammetto che questi sentimenti di rancore e di esclusione hanno radici più profonde in certe culture di paesi bergamaschi, bresciani e del varesotto che da anni cercano di alimentarsiin modo strumentale anche in salsa cristiana cattolica.

Una vera vergogna che mi fa venire in mente la parola “ stupidità” con cui Bonhoefferstigmatizzava nel 1944 il clima prevalente al tempo del nazismo.

La stupidità è peggio della cattiveria.

“Cercare di far ragionare uno stupido, è come pretendere di appendere un abito a un attaccapanni riflesso nello specchio”.

In questo clima non può che crescere paura e solitudine.

Mentre preferisco augurarmi che la nave su cui siamo tutti imbarcati venga alimentata da venti che ci orientino verso un futuro più umano e più solidale.